Sotto Lo Stesso Cielo | Capitolo 2 _ La Cena
Capitolo 2 - La Cena
La casa dei Santini era un villino a due piani nella periferia residenziale della città, con un piccolo giardino dove Elena, la madre di Laura, coltivava rose e ortensie. Quando arrivarono, il profumo di ragù e besciamella riempiva già l'aria.
Elena Santini era una donna di cinquant'anni che dimostrava almeno cinque anni di meno, con capelli castani che iniziavano ad argentarsi e un sorriso caloroso che metteva chiunque a proprio agio. Quando vide Stefano sulla porta, lo abbracciò come se fosse un figlio che tornava dalla guerra.
«Stefano! Quanto tempo! Sei dimagrito, tesoro. Non ti danno da mangiare in quelle missioni?»
«Mi danno da mangiare, Elena» rise lui, ricambiando l'abbraccio. «Solo non come cucini tu.»
La cena fu piacevole, rilassata. Marco e Stefano parlavano di colleghi comuni, di cambiamenti in caserma, di politiche militari che Laura trovava vagamente noiose ma interessanti quando era Stefano a parlare. C'era qualcosa nel modo in cui sceglieva le parole, nel modo in cui misurava ogni frase, che tradiva un'intelligenza affilata nascosta dietro l'atteggiamento da soldato semplice.
«E tu, Laura?» chiese Stefano a un certo punto, voltandosi verso di lei. «Tuo padre mi ha detto che hai aperto la pasticceria due anni fa. Dev'essere stato difficile.»
«Lo è stato» ammise Laura, giocherellando con il bicchiere di vino. «Aprire un'attività in proprio è sempre una scommessa. I primi mesi sono stati terribili: pochi clienti, troppe spese, notti insonni a chiedermi se avessi fatto la scelta giusta.»
«Ma ce l'hai fatta» disse lui, e c'era ammirazione nella sua voce. «Tuo padre mi ha portato in pasticceria l'altro giorno. Le tue creazioni sono... opere d'arte.»
Laura sentì il calore salirle alle guance. «Grazie. È quello che ho sempre voluto fare, da quando ero bambina. Mia nonna era pasticcera, anche se solo per hobby. Passavo le domeniche con lei, in cucina, a impastare e decorare. Lei diceva sempre che le torte raccontano storie.»
«E tu che storie racconti?» chiese Stefano, appoggiandosi allo schienale della sedia, lo sguardo fisso su di lei con un'intensità che la fece sentire improvvisamente esposta.
«Storie felici, spero» rispose Laura, sostenendo il suo sguardo. «Compleanni, matrimoni, anniversari. Momenti in cui le persone si riuniscono per celebrare qualcosa di bello. Mi piace pensare che le mie torte facciano parte di quei ricordi.»
«È un bel modo di vedere le cose» disse lui, e per un momento sembrò che volesse aggiungere qualcosa, ma si limitò a sorridere.
Elena, che aveva osservato lo scambio con l'occhio esperto di una madre, intervenne: «E tu, Stefano? Non ti sei mai sposato? Non hai mai pensato di mettere su famiglia?»
Marco lanciò alla moglie uno sguardo di avvertimento, ma Stefano scosse la testa con un sorriso triste.
«Ci ho provato, una volta» disse. «Tanto tempo fa. Ma questo lavoro... non è fatto per chi vuole una vita normale. Le missioni, i trasferimenti, i mesi lontano da casa. Non era giusto chiedere a qualcuno di aspettarmi, di vivere con la paura costante che non tornassi.»
«Quindi hai rinunciato all'amore per la carriera?» chiese Laura, e c'era una sfumatura di sfida nella sua voce.
Stefano la guardò, sorpreso dalla domanda diretta. «Non l'ho messa esattamente così, ma... sì, suppongo di sì. Ho fatto una scelta. Non sono sicuro sia stata quella giusta, ma è quella che ho fatto.»
Il silenzio che seguì fu rotto da Marco che si alzò per prendere un'altra bottiglia di vino. Elena iniziò a sparecchiare, e Laura si ritrovò da sola con Stefano al tavolo.
«Ti va di vedere il giardino?» chiese lei d'impulso. «Mia madre è molto orgogliosa delle sue rose.»
Uscirono nella notte tiepida di settembre. Il giardino era illuminato da lucine soffuse che Elena aveva appeso agli alberi, creando un'atmosfera quasi magica. Le rose erano in piena fioritura, i loro profumi dolci che si mescolavano nell'aria.
«È bellissimo» disse Stefano, guardandosi intorno. «Così diverso dai posti dove sono stato negli ultimi anni.»
«Immagino» disse Laura, sedendosi su una panchina di legno sotto un glicine. «Deve essere difficile, passare da zone di guerra a... questo.»
Stefano si sedette accanto a lei, ma lasciando uno spazio rispettoso tra loro. «Lo è. Ogni volta che torno, ci vuole un po' per riadattarsi. I rumori sono diversi, i ritmi sono diversi. Lì tutto è... urgente, vitale. Qui le persone si preoccupano del traffico, del tempo, di cose che là non avrebbero senso.»
«Ti manca?» chiese Laura. «Quel mondo?»
Stefano ci pensò a lungo prima di rispondere. «Parti di esso, sì. La chiarezza. Là tutto è bianco o nero, giusto o sbagliato, vita o morte. Non ci sono zone grigie, non ci sono ambiguità. È liberatorio, in un certo senso. Ma è anche... consumante. Ti prende tutto, non lascia spazio per null'altro.»
«Sembra solitario» osservò Laura.
«Lo è» ammise lui, voltandosi a guardarla. «Ma a volte la solitudine è più sicura dell'alternativa.»
«Che sarebbe?»
«Lasciare che qualcuno ti sia vicino abbastanza da poterti fare male quando te ne vai. O quando non torni.»
Laura sentì il peso di quelle parole, la verità amara che contenevano. «Mio padre è stato via spesso quando ero piccola» disse piano. «Missioni di sei mesi, a volte di più. Ricordo mia madre che cercava di essere forte, di non farci vedere quanto fosse preoccupata, ma io lo vedevo. Nei suoi occhi, nel modo in cui sobbalzava ogni volta che suonava il telefono. Era terrificata che quella telefonata fosse... quella telefonata.»
«Mi dispiace» disse Stefano. «Non dev'essere stato facile, per nessuno di voi.»
«Non lo è stato. Ma ce l'abbiamo fatta. E quando tornava, era come se il sole risplendesse di nuovo. Tutta quella paura, tutta quell'attesa, sembravano valerne la pena quando lo riavevamo a casa.»
Stefano annuì, lo sguardo perso nel buio del giardino. «Tuo padre è un uomo fortunato» disse alla fine. «Ad avere una famiglia come voi. Molti di noi non hanno questo.»
«Potresti averlo anche tu» disse Laura dolcemente. «Se scegliessi di farlo.»
Stefano la guardò, e in quel momento c'era qualcosa di vulnerabile nei suoi occhi, qualcosa che parlava di solitudine e rimpianti. «Forse» disse. «Forse un giorno.»
Rimasero seduti lì in silenzio, ascoltando il fruscio delle foglie e il canto lontano dei grilli, due estranei che per qualche ragione si sentivano meno soli nella presenza dell'altro.
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