Sotto lo Stesso Cielo | Cap 1 _ Profumo di vaniglia e caffè

 Capitolo 1 - Profumo di Vaniglia e Caffè

Il sole di settembre filtrava attraverso le vetrine della pasticceria "Dolce Incanto", creando riflessi dorati sulle torte esposte. Laura Santini tolse dal forno l'ultima infornata di croissant, il profumo di burro e vaniglia che riempiva il piccolo laboratorio le strappò un sorriso di soddisfazione. Erano perfetti: dorati, gonfi, con quella sfogliatura precisa che aveva impiegato anni a perfezionare.

A ventotto anni, Laura aveva realizzato quello che molti consideravano impossibile: aprire una pasticceria tutta sua in una città dove la concorrenza era spietata. Via Mazzini non era la strada più prestigiosa, ma il negozio aveva un'anima, con i suoi muri color crema, i tavolini vintage recuperati da un mercatino dell'antiquariato, e le mensole piene di barattoli di vetro che contenevano spezie esotiche e zuccheri colorati.

«Laura! C'è fila fino alla porta!» la voce di Sofia, la sua assistente e migliore amica, la riportò alla realtà.

«Arrivo!» rispose, sistemandosi il grembiule macchiato di farina e cioccolato. Si guardò velocemente allo specchio appeso vicino alla porta: capelli castani raccolti in uno chignon che già iniziava a sfaldarsi, una striscia di farina sulla guancia, occhi nocciola stanchi ma sorridenti. Non era certo al meglio, ma ai clienti interessava quello che usciva dal suo forno, non il suo aspetto.

La giornata procedette frenetica come sempre. Commesse per compleanni, un paio di torte nuziali da discutere, la signora Bertelli che veniva puntuale ogni venerdì per i suoi cannoncini alla crema. Era quasi l'ora di chiusura quando il campanello sopra la porta suonò di nuovo.

Laura alzò lo sguardo dal bancone dove stava sistemando l'ultima torta in vetrina e il suo cuore fece uno strano salto.

Suo padre, il colonnello Marco Santini, era sulla soglia. Ma non era solo. Accanto a lui c'era un uomo che Laura riconobbe immediatamente, anche se lo aveva visto solo un paio di volte negli ultimi dieci anni: il maggiore Stefano Moretti.

L'uniforme militare gli stava perfettamente addosso, evidenziando spalle larghe e un fisico ancora atletico nonostante i suoi quarantotto anni. I capelli, un tempo completamente neri, erano ora brizzolati alle tempie, tagliati in uno stile militare impeccabile. Ma erano gli occhi a catturare l'attenzione: grigi come l'acciaio, con piccole rughe agli angoli che testimoniavano anni passati a scrutare l'orizzonte in terre ostili.

«Papà!» Laura uscì da dietro il bancone, abbracciando suo padre. «Non mi avevi detto che saresti passato.»

«Sorpresa» sorrise Marco, ricambiando l'abbraccio. «Volevo presentarti di nuovo un vecchio amico. Ti ricordi di Stefano?»

Laura si voltò verso l'uomo, asciugandosi nervosamente le mani sul grembiule prima di tendergliene una. «Certo. È passato molto tempo, maggiore Moretti.»

La mano di Stefano era calda, ruvida, con calli che parlavano di anni di addestramento e missioni. La strinse con fermezza, ma non troppo, e quando i loro occhi si incontrarono, Laura sentì qualcosa scuotersi dentro di lei. Non sapeva cosa fosse: attrazione fisica, curiosità, o semplicemente la sorpresa di trovarsi davanti qualcuno che sembrava uscito da un altro mondo rispetto al suo universo fatto di zucchero e panna.

«Stefano, per favore» disse lui, e la sua voce era profonda, un po' roca, come se avesse passato troppo tempo a dare ordini sottovoce. «Il maggiore mi fa sentire vecchio.»

«Vecchio?» rise Marco, dandogli una pacca sulla spalla. «Sei tornato da tre mesi da una missione in cui avresti fatto stancare uomini la metà dei tuoi anni. Sei tutto tranne che vecchio.»

Laura notò come Stefano si irrigidisse leggermente a quella menzione, un'ombra che attraversava il suo sguardo prima di scomparire dietro un sorriso educato.

«Che missione?» chiese, per curiosità più che per reale interesse.

«Classificata» rispose Stefano automaticamente, poi si ammorbidì. «Scusa, è un'abitudine. Diciamo che ho passato otto mesi in un posto molto caldo e molto sabbioso.»

«E molto pericoloso» aggiunse Marco, con un tono che tradiva preoccupazione. «Ma ora è qui, finalmente a casa, e ho pensato che una serata in famiglia gli facesse bene. È solo da tre mesi, senza moglie né figli. Non posso lasciarlo mangiare razioni militari nel suo appartamento vuoto.»

«Papà, non sono proprio solo» protestò Stefano, ma senza troppa convinzione.

«Allora vieni a cena» disse Laura, sorprendendo se stessa. «Mamma sarà felicissima. Sta preparando le lasagne, e sai che ne fa sempre abbastanza per un reggimento.»

Stefano esitò, lo sguardo che passava da Marco a Laura. «Non vorrei disturbare...»

«Disturbare?» Marco rise. «Stefano, ti conosco da vent'anni. Quando mai ti sei preoccupato di disturbare? Alle diciannove e mezza, e questa volta non accetto scuse.»



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